I 15 motivi per cui sarebbe necessaria una patente per lo smartphone.

L’idea è volutamente provocatoria, ma non del tutto.
Nel mio lavoro entro spesso a contatto con situazioni “allarmanti”, che abbiano a che fare con l’attenzione e la concentrazione; genitori molto demoralizzati (“mio figlio non riesce a concentrarsi”) che non sanno più come comportarsi per fare in modo che il figlio rimanga con la testa sui compiti. Il problema, molto concretamente, è questo: gli studenti rimangono seduti a “studiare”, anche per ore, ma il loro rendimento scolastico è misteriosamente scadente. I genitori spesso sono lì con loro, li osservano, riferiscono di vederli studiare. Come mai allora i risultati non arrivano?
Analizzando le loro abitudini, le motivazioni non sono così complesse da individuare.
I ragazzi sono continuamente “altrove” con il pensiero. Studiano con a fianco lo smartphone, al quale sono perennemente connessi; anche se concretamente non lo usano, parte della loro attenzione è rivolta lì, al loro fianco, a questo oggetto che contiene amici-scuola-giochi-intrattenimento vario…
Nel mio studio ogni tanto provo questa sorta di esperimento: chiedo ai ragazzi di lasciare il telefono sul tavolo, rigorosamente spento, e di continuare con le nostre attività. Il collegamento mentale con lo smartphone però è talmente radicato ed abitudinario che, nonostante l’apparecchio non sia in funzione, comunque molto spesso l’attenzione va lì. “Buttano l’occhio” di continuo verso qualcosa che è spento. Trovo che questa abitudine sia innanzitutto un enorme spreco di energie e un ostacolo alla concentrazione, inoltre metta davvero un senso di sconforto a vedersi (diciamo che non è esattamente l’immagine di un organismo evoluto).
La letteratura sul tema è molto varia e in rapida evoluzione. Alcuni autori sono profondamente pessimisti sugli effetti della comunicazione digitale, altri invece ne intravedono numerosi aspetti a favore. Un tempo forse ci si preoccupava maggiormente degli effetti sociali, mentre se ne sottolineavano gli aspetti positivi sul piano delle prestazioni mentali; ultimamente però, anche dal punto di vista esclusivamente cognitivo, sono emerse diverse problematiche da approfondire.
Il problema credo sia sempre il medesimo: consegnare strumenti, potenzialmente utilissimi, a chi non sia pronto, o non abbia una competenza sufficiente, per utilizzarli. Avere la rete continuamente a disposizione è una risorsa enorme, ma i ragazzi concretamente come la utilizzano? (E i loro genitori? Già in un precedente articolo sottolineavo l’importanza di un costante aggiornamento anche da parte dei genitori su quanto la rete ha da offrire).
Immaginando una giornata tipo di un adolescente, trovo che l’utilizzo dello smartphone sia un ostacolo notevole per lo sviluppo delle sue capacità cognitive e sociali; una problematica che invece non riscontro, o meno frequentemente, nell’utilizzo del pc (del resto, molti programmi per il trattamento dell’ADHD, quindi per potenziare soprattutto le capacità attentive, sono proprio software per pc): richiede una concentrazione diversa (viene meno utilizzato come intermezzo e non permette un’attenzione così frammentaria), comprende solitamente attività collocate in un tempo più o meno definito, viene utilizzato uno schermo più grande (e quindi permette letture più complesse), ha un utilizzo un po’ meno guidato ed intuitivo rispetto allo smartphone, permette di impegnarsi in un maggior numero di attività, è maggiormente controllabile dai genitori. Infine, non sta in tasca.

Ho stilato quindi questi “15 motivi per cui sarebbe necessaria una patente per lo smartphone” in pre-adolescenza e adolescenza.
1- Minor capacità di concentrazione.
E’ chiaro che le perenne sensazione di essere connessi altrove, prevalentemente ai social o alle varie chat, non permette di “essere nel” compito da svolgere. La difficoltà principale consiste nel focalizzarsi esclusivamente su quanto va fatto “tagliando” gli altri collegamenti. Se la capacità di inibire le informazioni inutili non viene allenata e non risulta efficace, il ragazzo verrà continuamente distratto.
2- Ignoranza endemica.
Non si è mai avuta una diffusione di notizie come oggi, la possibilità di informarsi sembra alla portata di tutti. Allo stesso tempo però non si è mai vista una tale mole di notizie futili, errate e falsamente “scientifiche”; è incredibile il proliferare di notizie, tratte da fonti di nessuna rilevanza, come se si trattassero di scoperte fondamentali per l’umanità.
Un adolescente non ha, mediamente, la capacità dell’adulto di discriminare con saggezza tra fonti attendibili o meno (già l’adulto non sempre la possiede…). Questo fenomeno incide quando si deve fare la classica ricerca per casa, ma ancora più gravemente genera una cultura delle informazioni a basso costo (cognitivo), ma del tutto fuorvianti. Ci si sente molto più colti, ma in maniera illusoria.
3- Impoverimento linguistico.
Il linguaggio sui social, e non solo, è spesso molto scarno, scorretto, abbreviato (talvolta anche gli articoli di giornalisti sul web sono densi di errori e approssimazioni). Non avendo altre fonti di apprendimento (es. lettura, dialogo), i ragazzi dimostrano una difficoltà espressiva notevole, un vocabolario ristretto (conoscono ed utilizzano poche parole) e una sintassi molto semplice.
4- Minor capacità di comprensione del testo.
Una conseguenza del punto precedente. Leggendo da uno schermo luminoso si prediligono contenuti brevi e sintetici (basti vedere, appunto, la mole infinita di articoletti intitolati “i 10 modi per…” e simili) che richiedono poca attenzione, poco tempo, poco sforzo; il titolo è già garanzia di scarso impegno nella lettura. La lettura sul web raramente è sequenziale, risulta più simile invece a un salto da un collegamento a un altro; in questo modo i ragazzi non sono abituati a “reggere” un testo esteso. Leggendo prevalentemente “testi” dal web, quando si trovano davanti un brano più complesso vanno nel pallone, non sanno identificare i punti salienti né riescono a cogliere le sfumature letterarie.
5- Nomofobia
Lo stato di tensione che si avverte quando non si è connessi. Questa situazione si verifica banalmente quando non c’è la connessione, quando non si può guardare lo smartphone per un po’, quando è scarico, quando non si ha credito. Oltre alla sensazione di “perdersi qualcosa” (ovviamente nulla di assolutamente imperdibile) si può manifestare anche un senso profondo di solitudine.
6- Più goffi.
I nostri ragazzi mortificano i propri movimenti guardando perennemente in basso, osservando molto meno quanto hanno attorno, esibendosi continuamente nel movimento “estraggo-sblocco-scrollo-blocco” che ormai ha un carattere più automatico (talvolta di scaccia-ansia) che di utilità reale.
7- Più passivi.
Con la scusa del “dopo faccio col telefono” non c’è più un motivo per utilizzare il diario, scriversi gli esercizi per casa (tanto c’è il gruppo whatsapp di classe), imparare ad usare un vocabolario (non dico utilizzarlo, ma quantomeno capirne il funzionamento), uscire di casa per fare i compiti con i compagni (ci si può spedire le foto delle pagine svolte), essere puntuali (tanto si può avvisare fino all’ultimo), chiarire una questione o scusarsi di persona…
8- Incapacità di rimandare la soddisfazione.
Abituati ad avere sempre la risposta pronta in tasca (che poi sia giusta è un altro discorso) ci si sta abituando ad avere un ritmo di soddisfazione dei bisogni che spesso non ha un riscontro nella vita reale. Ho bisogno di sapere qualcosa? Guardo sul telefono. Mi sento solo? Chatto. Voglio sentirmi apprezzato? Pubblico un selfie. Voglio conoscere una ragazza? La cerco su facebook. Voglio avere i compiti già pronti? Me li faccio spedire. Voglio ascoltare una canzone? La scarico. Mi annoio? Scorro la rubrica. Devo stare un’ora senza smartphone? Non lo posso tollerare.
Saper rimandare la soddisfazione immediata di un desiderio è invece una capacità molto importante, nella vita adulta assolutamente imprescindibile.
9- Scarse capacità di immaginazione.
La prefabbricazione delle idee e opinioni (likes, tweet, ritweet, condivisione, emoticon…), la scelta obbligata degli spazi, dei colori e delle impostazioni, porta il lavoro “sociale” sul web ad essere più limitato di quanto potrebbe apparire. Lo schema è uguale per tutti, cambia quello che ci si mette dentro (tra l’altro, spesso qualcosa di altri). Invece di argomentare un commento positivo, ci si riduce ad un pollice alzato, che non trasmette alcun messaggio specifico; uno smile dovrebbe trasmettere uno stato d’animo, una missione già difficile utilizzando le parole.
Un flusso enorme di immagini e (poche) parole che sembrano regalare un ampio spazio di libertà e democrazia, in realtà molto più simile ad un riempimento di moduli.
10- Difficoltà di comunicazione (reale).
Un’esperienza che abbiamo provato tutti è quella di trovarci di fronte a un ragazzino con il quale dovremmo parlare, mentre lui continua a guardare lo smartphone e chattare. Credo che molti ragazzi provino ormai una grande difficoltà a sedersi, guardarsi negli occhi e parlare tradizionalmente.
11- Lì e quando?
Va molto di moda la mindfulness, con il suo concetto di essere “qui ed ora”. La connessione perenne invece porta i ragazzi ad essere sempre altrove, rincorrendo un presente inesistente (un aggiornamento continuo che non lascia traccia alcuna). Quello che accade in rete è più importante di ciò che accade qui, ora, nella mia vita.
12- La memoria.
Ciò che viene fatto sui social raramente si ricorda, vista l’impossibilità di immagazzinare il flusso continuo di immagini, video e frasi. La navigazione è piuttosto passiva, ha solo la parvenza di comunicazione; in queste condizioni, il cervello è sottoposto ad un numero elevato di stimoli ma molto semplici e affini. Districarsi tra questo ammasso di informazioni, poste tutte sullo stesso piano, non permette che qualcosa colpisca realmente a livello emotivo, non lasciando alcuna traccia. Inoltre, a rendere più complessa la memorizzazione, contribuisce la modalità non-sequenziale della lettura sul web.
13- Il falso mito dei ragazzini tecnologici.
“Mio figlio è un genio, sa già utilizzare il mio iphone… Lo vedesse, con quel ditino, mentre scorre le pagine”.
L’intuitività degli smartphone non porta assolutamente i ragazzi a “saperne di informatica”; questi strumenti sono volutamente semplici e immediati, tanto che chiunque può utilizzarli (devono essere venduti), non richiedono alcuna preparazione né portano necessariamente i ragazzi ad approfondirne il funzionamento.
Non dovrebbe sorprendere vedere i ragazzi utilizzare facilmente lo smartphone, tantomeno ciò li porterà a diventare ingegneri informatici o “maghi del computer”.
14- Sonno.
E’ risaputo che, inibendo la produzione di melatonina, l’esposizione a schermi luminosi prima di dormire incida sulla qualità del sonno. Molti ragazzi passano diverso tempo chattando o navigando sullo smartphone prima di addormentarsi, anche per molto tempo, spesso all’insaputa dei genitori; la connessione fino all’ultimo secondo prima di dormire non permette un sonno realmente distensivo, provoca risvegli notturni, sottopone il cervello ad un lavorio incessante, con la conseguenza che i ragazzi al mattino hanno la sensazione di non aver riposato a sufficienza.
15- Distacco dalla realtà.
La possibilità di avere informazioni superficiali su qualsiasi evento drammatico porta i ragazzi a provare una sorta di “empatia-lampo”, vale a dire una forma distorta di solidarietà e vicinanza che dura il tempo di un like. La partecipazione emotiva è diventata questo, leggere e confermare di aver letto, far sapere agli altri quanto si è spiacenti per l’accaduto. Questa però non è realmente empatia.
Il fenomeno ha risvolti molteplici. Innanzitutto i ragazzi “partecipano emotivamente” a tutto, nella stessa misura, nella stessa maniera, senza distinzioni. Per evitare davvero una (non)partecipazione reale, intima, profonda, basta dire “ok, ho letto, anche a me dispiace”; in tal modo si evita lo sforzo di ragionare, comprendere, esporre le proprie reali emozioni e idee (che potrebbero non essere in linea con il sentire comune). Inoltre, la continua esposizione a tutte le tragedie mondiali possibili porta i ragazzi a non registrare alcunché sul piano emotivo, né ad elaborare alcuna idea personale (sarebbe impossibile elaborare profondamente tutte quelle tragedie). Accade qualcosa, si partecipa con un click, domani non rimarrà nulla. Il risultato finale è una coscienza pulita sul piano sociale nonché un senso di appartenenza intatto (tutti vedono che anche io, come gli altri,  sono rimasto colpito dall’accaduto), ma una totale incapacità di dare il giusto peso alle cose (si può ritenere gravissimo l’affogamento di un cane in Nuova Zelanda, ma non provare nulla per un amico che ha perso il lavoro).
Infine, al distacco dalla realtà contribuisce il continuo desiderio di pubblicare tutto ciò che si sta facendo, o si è fatto. E’ frequente osservare ragazzi perdersi il piacere di un bel momento perché desiderosi di riprenderlo e condividerlo immediatamente. L’esempio classico riguarda i concerti; un tempo si utilizzavano gli accendini per incrementare la partecipazione e il trasporto, adesso i cantanti si trovano davanti migliaia di baby-cameraman che riprendono il loro concerto per poi rivederlo a casa (?). E invece di condividerlo con le persone che stanno a fianco, lo fanno con tutti gli altri.
Si sta diventando incapaci di godersi un momento se non lo si condivide in rete. Se qualcosa non è in rete, è come non averla vissuta. Non esiste.

Certo, ci sono anche ricerche che evidenziano aspetti positivi dell’utilizzo dei tablet e degli smartphone. Ad esempio, un incremento nello sviluppo delle capacità visuo-spaziali, un potenziamento dell’abilità di multitasking (l’incomprensibile, per me, vantaggio di fare più cose contemporaneamente… pagando però probabilmente il prezzo di una minor qualità e maggiori possibilità di errore), un controllo maggiore nell’uso del pollice, maggior rapidità nell’individuazione di uno stimolo ed altri effetti di cognizione “fredda”.
Poi, POTENZIALMENTE, una maggior informazione, possibilità di ampliare gli interessi, condividere progetti, scambio di opinioni, visibilità, solidarietà ecc… Ma quanti dei nostri adolescenti sfruttano tutta questa potenzialità? Quanti invece ne fanno un uso limitatissimo e manifestano tutte le problematiche citate sopra? Già è complesso (e limitato a una ristretta fetta della popolazione) un utilizzo consapevole, articolato, sano, colto e partecipato di internet… Figuriamoci per un 16enne.
Secondo me sarebbe preferibile, più salutare e anche più utile, una società di persone che sappiano rimanere fermi e concentrati a fare UNA cosa, che sappiano comunicare, piuttosto che una di individui velocissimi a seguire un puntino rosso su uno schermo. Preferirei immaginare un futuro in cui i ragazzi sappiano cos’è e com’è fatto un computer, conoscano le funzioni del loro smartphone (altra rarità) e di altri strumenti che verranno, ma al contempo sappiano leggere un libro e stare seduti a guardarsi attorno senza andare in panico, riescano a guardare un film senza consultare il telefono ogni due minuti, sappiano parlarsi lasciando in disparte whatsapp.
Da una parte è sicuramente necessaria un’educazione scolastica che comprenda anche i pericoli (sociali e cognitivi) dell’utilizzo compulsivo dello smartphone; l’ora di informatica deve necessariamente diventare qualcosa di più. Dall’altra però devono essere i genitori a porre dei limiti ferrei e concreti (anche economicamente) all’utilizzo del telefono, anche creando delle regole comuni e condivise. Inoltre, si deve cercare di rendere il mondo esterno più attraente dello smartphone, si devono dare delle alternative reali (lo sport è molto spesso una risposta, quantomeno rappresenta una pausa dalla connessione perenne); questa è probabilmente la sfida più complessa.
Certo, poi però i ragazzi se lo portano sempre in giro, i genitori non sono a casa, in classe riescono ad utilizzarlo comunque… Quindi, che fare?


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