Leggere

Sempre più ragazzi riscontrano difficoltà quando hanno a che fare con l’espressione scritta; la stesura di un testo, il commento a una poesia, un riassunto o una lettera diventano un’impresa. La frase che racchiude al meglio questa difficoltà è “ho le cose in testa, ma non mi viene come scriverle”.
Il problema non è legato, come comunemente si afferma, al fatto che i giovani leggano meno. I giovani leggono molto invece, sono continuamente esposti a parole da leggere; il problema casomai è che leggono male. Molto male.
Per varie ragioni, non ultime quelle legate alla tecnologia (ne parlavo già nel mio articolo “i 15 motivi per cui…”) i giovani sono esposti a una lettura frammentaria, con “testi” brevi, semplici, un linguaggio estremamente ripetitivo, soprattutto quando deve risultare universalmente comprensibile per motivi commerciali (videogiochi, pubblicità, social, articoli sul web…).
I libri di testo scolastici però non si sono adeguati, non completamente almeno, a questa estrema compressione del linguaggio, risultando così incomprensibili agli studenti. Il caso più lampante, che mi capiti di osservare, riguarda i libri di testo di Storia; molti ragazzi non colgono il senso di quanto leggono, non sanno trovare il nucleo principale dei paragrafi né farne un riassunto. Il motivo, molto spesso, è più semplice di quanto possa sembrare: non conoscono il significato di molte parole. Con un bagaglio così esile di vocaboli, com’è possibile comprendere un testo che invece ne è ricco? Come comprendere un romanzo senza conoscere molte delle espressioni che contiene? Come riuscire a seguire una trama che si sviluppa in periodi lunghi e capitoli estesi, se normalmente si è abituati a leggere soltanto frammenti sparsi e autonomi? Tutti noi abbiamo imparato nuove parole desumendole dal contenuto, magari incontrandole più volte. Ma quando le parole non conosciute sono così tante, neppure il contenuto è più comprensibile.
Sarebbe comunque inesatto dare sempre la colpa ai giovani se scrivono male, non leggono libri di buon livello, utilizzano un linguaggio povero ecc… Stiamo crollando agli ultimi posti delle classifiche europee per libri letti, cultura generale e risultati scolastici. Tutta colpa degli alunni?
La responsabilità è di chi ha costruito attorno a loro un mondo fatto di poche parole, discorsi banali, frasi ridondanti, anglicismi gratuiti (pur senza conoscere l’inglese), scarso dialogo. Il problema principale non è la quantità, ma la qualità della comunicazione.
Stiamo tutti perdendo l’uso della lettura (intesa come un’attività mentalmente stimolante a cui ci si dedica con continuità e concentrazione); siamo inoltre esposti ad un linguaggio sempre peggiore. Complessivamente, tutti i media si stanno (e ci stanno) impoverendo a livello linguistico; in televisione, ad esempio, il dibattito politico è da tempo a livelli piuttosto bassi (quantomeno per ricchezza linguistica), i talk-show non sono mai stati così volgari e culturalmente poveri né di certo si salvano i telegiornali; anche quando dovrebbero diffondere cultura e informazione, i giornalisti utilizzano un linguaggio concreto e ridotto all’osso, composto da parole semplici e frasi fatte. E’ paradossale, perché se un tempo è stata proprio la tv a insegnare agli italiani l’italiano, sembra che attualmente faccia di tutto per farglielo dimenticare.
Il medium è il messaggio”, sosteneva Marshall McLuhan già diversi anni fa, ma pare che non ci preoccupiamo poi molto della “confezione” di quanto comunichiamo e del modo in cui lo facciamo.
Un tempo si riponeva maggior attenzione in quanto veniva scritto: una lettera, ad esempio, veniva controllata e rincontrollata prima di essere spedita. Un sms o una mail sembrano invece comunicazioni che non lasciano traccia, impalpabili, così da non farci preoccupare troppo dell’ortografia né del lessico. Ora che “…scripta manent” non vale più, si è ridotta l’attenzione che riponiamo in quanto scriviamo.
Di per sé non c’è nulla di male nella rapidità di comunicazione, né nella sua semplificazione; è nella natura del linguaggio essere mutevole e progressivamente più “comodo”. Il problema è che le sfumature della lingua servono proprio a precisare il pensiero, a renderlo più comprensibile… di conseguenza a comprendere meglio l’altro. Dire “fa schifo” è diverso rispetto a “mi disgusta”; “triste” è diverso rispetto a “malinconico”; “vero” è diverso da “reale”; “un robo” è diverso da “uno strumento”… Utilizzando parole passpartout non rendiamo chiaramente comprensibile quanto vogliamo comunicare, così che il linguaggio, invece di essere veicolo di comprensione, può comportare numerosi fraintendimenti. Specialmente ora che la comunicazione non-verbale è così diffusa, quindi non potendo desumere il senso del messaggio dall’insieme degli indizi del corpo altrui (espressione facciale, postura, tono di voce, gesti ecc…), è ancora più importante che la scelta delle parole sia accurata e che la comunicazione sia chiara.


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