Il vero cambiamento è l’accettazione.

Il cambiamento, in una società che cambia, è divenuto una necessità ed una possibilità. Cambiare lavoro, cambiare casa, cambiare relazioni, cambiare stato, cambiare look, cambiare sesso, cambiare credo politico… possiamo cambiare molte cose, in maniera più semplice rispetto al passato. Ma cambiare è divenuto, in qualche modo, anche un imperativo sociale.
Ogni giorno subiamo delle spinte al cambiamento: diventare più belli, più alla moda, più informati, più veloci, più efficienti, più ricchi. La sensazione che manchi sempre qualcosa, o di non essere mai “a posto”, è tangibile.
In che misura tendiamo al cambiamento per nostra reale volontà di crescita, e quanto invece perché sottoposti a pressioni sociali? E quanto ne siamo consapevoli? La differenza tra i due tipi di motivazione (la prima intrinseca, la seconda estrinseca) fa… la differenza: da una parte si ha una sana volontà di miglioramento personale, dall’altra questa volontà viene in qualche modo indotta dalle richieste dell’ambiente e dal confronto sociale. Ed è qui che diventa disfunzionale.
Il più delle volte, quando decidiamo di cambiare, qualcuno sta per guadagnarci. A volte non ce ne rendiamo conto, ma le spinte al cambiamento sono nascoste ovunque; siamo costantemente esposti ad annunci e promozioni che propongono un cambiamento vincente. La pubblicità mostra ciò che non siamo, ci spinge al raggiungimento di modelli che sono “migliori” di noi. Ogni prodotto promette più salute, di renderci più in forma, perfino di farci evacuare più abbondantemente! Gli stessi testimonials (sportivi, modelle, attori ecc…) servono a dare un’immagine di come dovremmo voler diventare: ricchi, belli, di successo, attivi, mai annoiati, sempre impeccabili. L’obiettivo non sembra più venderci oggetti, quanto possibilità di cambiamento.
Nei depliant pubblicitari, ma spesso anche sui social, abbondano frasi motivazionali come “non mollare”, “guarda sempre avanti”, “il vero fallimento è rinunciare”, “puoi realizzare ciò che vuoi”… Viene trasmesso un senso di sacrificio, fragilità e solitudine, come se qualcuno ci volesse convincere che la vita è una continua competizione in cui farsi largo a spallate, in cui dimostrare faticosamente quanto si vale. Tutto è difficile, tutto è impegnativo, nessuno capisce il nostro valore. Concetti che rimandano a vite vissute in maniera pericolosa, competitiva, degne di piloti di formula uno, scalatori, pugili… non certo di cittadini “normali”! Non è ridicolo pensare ad un’incitamento del tipo “solo chi ha coraggio arriva fino in fondo!” mentre andiamo dal fruttivendolo, tagliamo l’erba, ci rechiamo al lavoro o beviamo un caffè?
Perché interpretare la quotidianità in questo modo, facendola apparire una battaglia? Tutto ciò fa benissimo alle tasche di chi vende più forza, più competenza, più bellezza… più armi per affrontare la battaglia. Maggiore è il senso di competizione, maggiore è la paura della sconfitta, maggiore è la necessità di essere armati. Il cambiamento, che viene venduto come necessario miglioramento, in realtà ci ostacola nel godere del presente poiché trasmette un’esistenza mai serena, vissuta in una prospettiva infinita.
Tutta questa frenesia, legata al fare, mantiene in vita un pesante senso di inadeguatezza; non si è mai abbastanza forti, abbastanza belli, abbastanza informati, abbastanza affascinanti, abbastanza ricchi, abbastanza competenti. Non appena otteniamo qualcosa, desideriamo qualcos’altro.
Nelle palestre ci sono esempi evidenti di come la spinta al cambiamento ci porti a modificare le nostre abitudini in maniera bizzarra: non viviamo certo sollevando massi a mani nude, arrampicandoci sugli alberi, percorrendo chilometri a piedi o battagliando per la sopravvivenza; eppure, molti sentono il desiderio di allenarsi duramente, andando ben oltre il piacere di avere un fisico in forma (diverso è il discorso per chi si allena per una prestazione sportiva, a cui si aggiungono componenti più “sane” come il divertimento, la socialità, la competizione). L’abitudine di saltare la pausa pranzo per andare in palestra, ad esempio, a non è affatto salutare, come non è salutare compiere sforzi continui. Si parla poco degli aspetti dannosi dell’attività fisica, proprio perché il business del “benessere” alimenta un enorme giro di affari (abbigliamento, palestre, integratori, prodotti alimentari, farmaci…). L’ortoressia è solo l’ultima “trovata” del salutismo patologico.
Questo eccesso di “preparazione” non riguarda soltanto l’aspetto fisico, ma anche quello mentale; pensate a quanti corsi di formazione esistano, e quanto, rispetto al passato, sia considerato necessario continuare a formarsi. Il concetto di “formazione continua” è sicuramente nobile, e in parte necessario, ma non deve essere percepito come un’imposizione; quanto di ciò che viene appreso durante la formazione viene effettivamente utilizzato nel lavoro? La risposta è talvolta demoralizzante. Si investono soldi e tempo in percorsi formativi di certo non indispensabili, soldi e tempo (libero) che andrebbero rivolti al divertimento, alle relazioni, al riposo, al… nulla.
La sensazione è che molto di questo business (quello della formazione, di fatto, lo è) faccia leva sul senso di inadeguatezza degli individui, sulla frustrante sensazione di dover sempre migliorare, stare al passo, aggiornarsi. Il timore di rimanere indietro, di non essere all’altezza, di non aver un curriculum adeguato.
Tutto ciò che ci circonda trasmette un solo messaggio: così non vai del tutto bene, cambia. Veniamo addestrati al desiderio, a non farci bastare mai ciò che siamo. Molte persone non sanno più gestire l’ansia derivata dall’inattività; non sanno riposare, contemplare, stare in silenzio, non sanno neppure riflettere con calma. Il senso di colpa derivato dal non far nulla (…mentre gli altri vanno avanti) è insostenibile. E tutto ciò viene trasmesso ai figli, che devono studiare, andare a pianoforte, in palestra, a nuoto, a inglese, a calcio, a catechismo, a ripetizione, dai nonni, dagli zii ecc… Devono rendere al massimo, devono offrire prestazioni elevate, come un’azienda.
Questa continua pressione va a discapito di una componente fondamentale per il proprio benessere: l’accettazione. Non rassegnazione, ma accettazione.
Accettazione significa comprendere che non tutto va necessariamente sottoposto a giudizio, che non sempre è utile ritenere qualcosa o qualcuno “meglio” di qualcos’altro o qualcun altro; che etichettare e classificare, a volte, non serve a nulla. Accettare che le cose siano come sono, senza dover per forza intervenire. Accettare le proprie imperfezioni, volendosi ugualmente bene. Accettare che ci sarà sempre qualcuno più bravo di noi. Accettare che fare non sia l’unica risposta possibile. Accettare di rappresentare un’alternativa. Accettare anche il nulla, il vuoto, la noia, il riposo. Dare più importanza alle emozioni che alle prestazioni. Agire per piacere, senza un fine. Relativizzare l’importanza dell’opinione altrui. Valorizzare il proprio benessere più che il proprio rendimento.
Per quale ragione non vanno mai di moda concetti come la serenità, l’indipendenza, la calma o l’accettazione? Perché non si vendono, non si comprano, non farebbero guadagnare nessuno. Se vivessimo in una società che promuove l’accettazione, un enorme giro di affari crollerebbe; una persona che accetta sé stessa, infatti, è un pessimo consumatore.
Eppure, l’accettazione è LA prerogativa per potersi definire in salute. Se proprio vogliamo imparare qualcosa dalle filosofie orientali, l’accettazione è il primo insegnamento.
Provate ad immaginare un individuo che accetta se stesso, per quello che è, per quello che non è. Difficile concepire qualcuno di più realizzato, libero, sano.


Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>