Imparare dalla violenza.

La storia della psicologia è profondamente intrisa del dibattito su innatismo e ambientalismo. Il comportamento di un individuo è maggiormente influenzato dal patrimonio genetico o dal contesto di crescita? La risposta, come spesso accade, è “da entrambi”. L’epigenetica dimostra che l’influenza tra geni e ambiente è reciproca; i geni determinano le preferenze, l’ambiente influisce sull’espressione dei geni.
I fatti di violenza, un po’ di tutti i tipi, fanno riemergere puntualmente l’antico dibattito; per quale motivo un essere umano arriva a commettere atti simili? Genetica? Ambiente? Biologia? Educazione? Considerato che non è (ancora?) stato trovato un gene della malvagità, rifiutiamo che un essere umano commetta un delitto “per natura”. Da esseri umani, sentiamo una forte propensione a trovare delle spiegazioni: ecco allora che vengono tirate in ballo l’etnia, la religione, la follia, il “raptus”, la depressione… Qualsiasi elemento possa dare una spiegazione a tanto dolore e plachi la nostra inquietudine.
Cosa possiamo imparare da questi atti di violenza? Cosa possiamo fare di maggiormente costruttivo, invece di limitarci a far rimbalzare le notizie sui social?
Per il corredo genetico, al momento, non possiamo fare granché; probabilmente è più costruttivo soffermarci su ciò che, quantomeno in parte, possiamo controllare: l’ambiente, l’educazione.
Possiamo, ad esempio, riflettere su quanto l’educazione fornita possa risultare devastante; su come la mente possa essere addestrata, plagiata, per commettere atti insensati, osceni, drammatici; persone manovrate a tal punto da non aver alcuna sensibilità, totalmente cieche di fronte alla sofferenza altrui. Persone private, da un’educazione assurda, di empatia, ovvero la capacità di comprendere le proprie emozioni e quelle degli altri. Non solo comprendere, anche “sentire”. Comprendo che ti sto facendo del male, sento il tuo dolore. Non a caso, la mancanza di empatia è la caratteristica principale degli psicopatici, dei serial killer, dei violenti, o semplicemente dei narcisisti.
L’empatia si sviluppa con l’affetto dei genitori, con le cure, con un buon attaccamento, stando con gli altri, imparando a condividere le proprie emozioni e vederle rispecchiare. Il percorso che inizia dal riconoscere il sorriso della madre, fino ad arrivare a leggere emozioni complesse in sé stessi e negli altri, richiede un costante “allenamento” che va di pari passo con lo sviluppo cerebrale e che prevede la vita in comunità. Per far emergere l’empatia è necessario essere esposti alle persone, essere partecipi del mondo emotivo altrui. Il nostro cervello è “cablato” per compiti come questi, e continuamente le neuroscienze portano alla luce elementi, come i neuroni specchio, che confermano quanto il nostro cervello sia effettivamente costruito per le relazioni.
Inoltre, per sviluppare empatia è necessaria l’attenzione. Devo saper stare nella situazione, osservare l’altro, leggerne il linguaggio non verbale, guardarlo negli occhi, ascoltarlo, notarne i silenzi. Devo essere lì mentalmente, non altrove. L’interazione è fatta di dettagli, e i dettagli richiedono tempo.
Empatia, attenzione, tempo. Esattamente tutto ciò contro cui sta remando la nostra società.
L’attenzione viene devastata dal modo scriteriato di utilizzare la tecnologia. Come già evidenziato in un altro articolo, l’utilizzo degli smartphone, l’essere continuamente on-line nonché il falso mito del multitasking, stanno danneggiando gravemente le nostre capacità di attenzione e concentrazione.
Il problema principale però è che stiamo involontariamente creando una società senza alcuna preoccupazione per lo sviluppo dell’empatia (o meglio, se ne fa un gran parlare senza concretizzare alcunché). Non (solo) in famiglia, ma tutto attorno all’individuo; molto di ciò che ci circonda va contro lo sviluppo delle emozioni; il primato assoluto dell’immagine, dell’apparenza, del fisico; la comunicazione virtuale continua, non meditata, scadente, rapida, ridondante, superficiale, breve, a cui viene totalmente derubato l’aspetto non verbale; la cura dei bambini, sempre più scandita dai tempi degli adulti; il narcisismo, l’egocentrismo; la mancanza di collaborazione tra scuola e genitori, in cui i rapporti si fanno sempre più spesso di sospetto reciproco e diffidenza; la sessualità, svilita e ridotta ad un ritmo svuotato di emozioni; l’informazione web e televisiva, continua, incessante, senza alcuna dignità; le reazioni emotive banalizzate dalla televisione, spettacolarizzate fino all’eccesso; il consumismo estremo, che seppellisce l’importanza dell’essere a favore dell’avere; persino la musica, spogliata dai contenuti, sacrificata all’immagine, deprivata ormai del tutto di qualsiasi componente di sentimento, di originalità.
Inoltre, lo stile di vita. Lasciando i ragazzi in camera da soli, a giocare tutto il tempo con i videogiochi, chattando, scattando (non a caso) selfie, comunicando solamente on-line, con la sola compagnia di uno schermo ma al contempo esposti alle notizie di tutto il mondo… Stiamo privandoli della capacità di sviluppare empatia e attenzione; li stiamo rendendo sempre più introversi, impacciati, inconsapevoli delle proprie emozioni e quindi più soggetti a momenti di intensa rabbia, disposti ad alzare sempre più l’asticella del rischio e della violenza per poter “sentire” qualcosa.
Con termini come “ambiente”, “educazione”, “contesto”, si fa riferimento a qualcosa di enorme. Non possiamo più considerare come educazione solamente le parole e i consigli dei genitori; gli influssi esterni che agiscono sull’individuo ormai sono moltissimi, in buona parte virtuali.
E’ necessario prendere consapevolezza che oggi è il mondo intero a educare il bambino; è necessario comprendere il numero enorme di stimoli a cui viene sottoposto, molti dei quali, purtroppo, non provengono da interazioni reali. Tutto ciò contribuisce a creare adulti miopi di fronte alle emozioni, come il dolore altrui.
Se c’è qualcosa che possiamo imparare dalla violenza è che questa si previene con un’educazione alle emozioni, che non significa “nessuna regola e vogliamoci bene”, tutt’altro. Le regole sono fondamentali, e la frustrazione dei ragazzi di fronte al rispetto di esse è una priorità imprescindibile per il loro sviluppo; così come la capacità di annoiarsi, senza dover continuamente ricorrere a espedienti per “sopravvivere” al nulla da fare.
Educare però significa anche creare un mondo di relazioni reali, di scambio, di condivisione e riconoscimento reciproco delle emozioni. Un’educazione che consenta alle emozioni di emergere, di farsi largo, che dia tempo all’individuo di porre attenzione a ciò che prova, a ciò che provano gli altri; un’educazione che dia la possibilità di comprendere che le emozioni emergono e poi passano, e vanno tutte tollerate, anche quelle spiacevoli. Dunque, un mondo che fin da piccoli permetta di far tanta pratica emotiva.


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